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Diario


25 aprile 2008

LIVA1 Sentinella, quanto resta della notte?

Giuseppe Dossetti

Sentinella, quanto resta della notte?

L
IVA1 Milano, Città dell'uomo, 18V1994


Giuseppe Dossetti morì il 15 dicembre 1996 ed è sepolto insieme ai martiri dell'eccidio nazista di Marzabotto, nel piccolo cimitero di Casaglia di Monte Sole, accanto alla casa madre della Piccola Famiglia dell'Annunziata, da lui fondata.


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La sentinella interpellata

Lazzati è sempre stato - ma in particolare negli ultimi anni della sua vita - un vigilante, una scolta, una sentinella: che anche nel buio della notte, quando sulla sua anima appassionata di grande amore per la comunità credente poteva calare l’angoscia, ne scrutava con speranza indefettibile la navigazione nel mare buio e livido della società italiana.

Perciò mi pare che per lui e per la sua devota e ansiosa scrutazione possano valere le parole di un breve, e un po’ enigmatico, oracolo del libro di Isaia: inserito tra le profezie sulle Nazioni pagane [in questo caso, come formalmente precisa la versione dei LXX, sull’Idumea oppressa dagli Assiri].

Mi gridano da Seir
:
Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?
La sentinella risponde:
Viene il mattino, e poi anche la notte
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite!

[Isaia 21, 11-12]

Nessun rimpianto per il giorno precedente

Una prima riflessione si può fare su questo testo. Non c’è nessun cenno al giorno precedente: ai suoi pesi, alle sue prove, ai suoi tormenti e alle sue speranze [se ce ne potevano essere]. Chi interpella la sentinella, e la sentinella stessa, non si ripiega a considerare - tantomeno a rimpiangere - il giorno prima.

Certo Lazzati non si faceva nessuna illusione, nei suoi ultimi anni, su ciò che si stava preparando per la cristianità italiana. Chi ha potuto avvicinarlo allora, avvertiva che la sua coscienza esprimeva un giudizio duro, lucido, su ciò che stava maturando per il nostro Paese, appunto quello a cui stiamo assistendo ora dopo le ultime elezioni: non tanto lo sbandamento elettorale dei cattolici, ma le sue cause profonde, oltre gli scandali finanziari e oltre le collusioni tra mafia e potere politico, soprattutto l’incapacità di “pensare politicamente”, la mancanza di grandi punti di riferimento e l’esaurimento intrinseco di tutta una cultura politica e di un’etica conseguente.

Perciò Lazzati, se posto di fronte agli ultimissimi accadimenti, non sarebbe stupito né si attarderebbe in vani rammarichi per l’improvvisa caduta dell’espressione politica del cattolicesimo italiano. Io sono sicuro che egli da anni la vedeva per scontata e quasi fatale: pur essendo ben convinto - e con quale vigore! - della validità in sé del patrimonio ereditato dal passato meno recente [anteriore alla prima guerra mondiale e da quello prefascista] e dal passato più recente [soprattutto dei primi lustri del secondo dopoguerra]. Tale eredità poteva annoverare una elaborazione culturale, forse modesta, ma vivace; un’opera di formazione vasta e costante, di quadri e di masse; sforzi organizzativi appassionati e perseveranti; e soprattutto tanta fede e tanta speranza e tanti sacrifici di persone umili e realmente disinteressate; e infine, alcuni momenti forti di mediazione civile e politica riconosciuta da molti come valida.

A questa eredità si ricollegava Lazzati e l’ha anche gestita ed arricchita di suo. Ma non credo che oggi, dopo tanta dissipazione che ne è stata fatta per leggerezza e per disonestà diffusa, egli si attarderebbe a insistervi o per lo meno non direbbe che il problema si riduce principalmente a rivendicare con energia il patrimonio passato e ad “avere l’orgoglio delle proprie ragioni”.

Ragioni appunto del passato: cioè di ieri, o meglio di ieri l’altro. Non abbiamo ancora abbastanza considerato - e direi proprio che non ce ne vogliamo persuadere - quant’acqua sia passata dal 1989: in cinque anni è come se ne fosse passata tanta da sommergere non un’isola, ma un intero continente [l’Europa: e l’Europa soltanto?].

Che non ne siamo ancora persuasi, non siamo solo noi cattolici [o lo siamo solo nelle affermazioni generiche, e poi non ne deduciamo quasi nulla quando si tratta di operare] ma lo sono anche i laici, e in particolare le sinistre nostrane: e persino queste nuove destre, che hanno vinto le elezioni sulla scommessa del nuovo, ma che per ora si mostrano ancora attaccate a metodi vecchi, a soluzioni archeologiche, e persino quando vorrebbero innovare [come fa la Lega] fanno proposte capaci di dare voce alla protesta degli interessi di oggi, e non capaci di interpretare il vero movimento della storia, italiana ed europea.

La notte va riconosciuta per notte

Dunque, a parer mio, Lazzati oggi non sarebbe un saggio laudator temporis acti, cioè non si attarderebbe a rimpiangere il passato di ieri o di ieri l’altro, o a riaccreditarlo di fronte agli immemori, ma si immergerebbe consapevolmente nella notte: direbbe con semplicità e forza che la notte è notte, ma sempre con l’anima della sentinella che [secondo un altro testo celebre della Scrittura, il De profundis] è tutta verso l’aurora:

L’anima mia è verso il Signore
più che la sentinella verso l’aurora.

[Salmo 129/130, nella traduzione di mons. Gianfranco Ravasi]

Pur non guardando al passato, e senza stabilire alcun confronto col tempo di prima, e pur guardando in avanti verso il mattino, la sentinella è ben consapevole che la notte è notte.
Prescindiamo da un disordine più generale, che investe tutta l’Europa [e che ha riflessi speculari sui suoi prolungamenti asiatici e africani]. Guardiamo per ora solo all’Italia. Siamo di fronte a evidenti sintomi di decadenza globale.

Anzitutto sul piano demografico
: abbiamo il tasso di natalità più basso, sicché se continuassimo sempre in questo modo, si profilerebbe tra un secolo e mezzo l’estinzione del nostro popolo. E comunque nella nostra società, a un crescente numero di anziani e di vecchi presto non sarà più un valido compenso il numero di giovani e di persone mature. Già oggi i minori di diciotto anni sono solo dieci milioni, su cinquanta, cioè un quinto del totale.

In secondo luogo, sganciato sempre più sistematicamente il matrimonio dal necessario e imprescindibile rapporto con la fecondità, si hanno due conseguenze:

- la fecondità cercata, quando è cercata, per conto suo, cioè non come realizzazione umana della pienezza della personalità, ma come questione di ingegneria genetica, che finisce quasi sempre con l’essere avulsa da qualunque spiritualità;

- e dall’altra parte l’atto sessuale tende sempre di più a dissociarsi da ogni regola, nella ricerca esclusiva di un piacere che si fa sempre più autonomo e più sofisticato, fino alle forme più perverse, come è sempre accaduto nei periodi di decadenza dei popoli e di grave perdita delle culture.

- In terzo luogo questa ossessione del piacere sessuale, come porta a una continua ed eccessiva stimolazione dell’istinto naturale, così lo infiacchisce nelle sue stesse potenzialità naturali [e sono segnalate alte percentuali di questo decadimento]. E ancora porta [con altri fattori concomitanti quale l’eccesso furibondo di immagini mediatiche] porta, dico, all’ottundersi delle facoltà superiori dell’intelligenza, cioè la creatività, la contemplazione naturale, il discernimento, per una inabilità alla durata dell’attenzione e del confronto, e quindi dell’elementare capacità critica.

- In quarto luogo la scuola, specialmente la scuola superiore - in gravissimo ritardo nel rinnovamento dei suoi ordini, delle sue strutture e dei suoi programmi - è sempre più inadeguata a compensare questo vuoto desolante: e in certi ambiti locali è fatalisticamente rassegnata a non funzionare più per nulla.

- Infine, al vuoto ideale e conseguentemente etico, si tenta dai più di compensare con la ricerca spasmodica di ricchezza: per molti al di là di ogni effettivo bisogno vitale, elevata a scopo a se stessa. Si verifica così per parecchi ciò che la prima epistola a Timoteo [6,9] chiama il laccio di una bramosia insensata e funesta.

Così, alla inappetenza diffusa dei valori - che realmente possono liberare e pienificare l’uomo - corrispondono appetiti crescenti di cose - che sempre più lo materializzano e lo cosificano e lo rendono schiavo.

Questa è la notte, la notte delle persone: la notte davvero impotente, uscita dai recessi dell’inferno impotente, nella quale la persona è custodita rinchiusa in un carcere senza serrami [Sap 17, 13.15].

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